Ultimo banco, l’editoriale di Franco Michienzi

La barca come metafora della vita. Ci troviamo di fronte al probabile epilogo di una vicenda imprenditoriale difficile da commentare. Noi facciamo il tifo per centinaia di persone che rischiano di perdere il loro lavoro

by Francesco Michienzi

Nella sua rubrica settimanale Ultimo banco sul Corriere della Sera, Alessandro d’Avenia ha scritto che l’arte ha la capacità di aprire lo spazio-tempo dell’appartenere, un’esperienza difficile per l’ego che abitualmente vede negli altri strumenti o ostacoli, e ci fa scoprire che siamo invece “sulla stessa barca” nell’odissea della vita.

     La “barca” è metafora di quel livello di realtà in cui tutto è collegato e in comune, livello di cui non facciamo esperienza perché abbiamo perso la parola che lo indica: spirito. “Spirituale” oggi si dice infatti di chi è distante dalle incombenze materiali, quando invece significa il contrario: unito a tutto e a tutti. Se volessimo estendere il concetto di barca come metafora potente e versatile della vita, basterebbero poche immagini per raccontare scelte, relazioni, rischi e crescita. Pensiamo ai vari elementi che compongono il quadro di queste immagini. Il capitano è responsabile della barca, ma per farla navigare correttamente è necessario il contributo di tutto l’equipaggio; raramente si naviga da soli.

// La vita non si misura dalla calma del mare, ma dalla capacità di navigare, adattando le vele, scegliendo la rotta e condividendo il viaggio con chi ci sta accanto. //

     Le relazioni e la collaborazione decidono spesso la riuscita del viaggio. Vela, motore, timone: rappresentano risorse, energie e capacità di decisione. Anche con vento contrario, chi sa regolare le vele mantiene la rotta. Rotta e carte nautiche: i progetti e i valori danno direzione; la conoscenza e l’esperienza (le carte) aiutano a orientarsi quando il mare è incerto. Vento e mare: le opportunità e le circostanze esterne cambiano continuamente. Non possiamo controllare il vento, ma possiamo scegliere come sfruttarlo. Tempeste: ostacoli e sofferenze sono parte del viaggio. Resistenza, prudenza e capacità di adattamento permettono di attraversarle. Ancora e porto: le radici, i riposi e i traguardi servono a recuperare forza e a fare bilanci prima di ripartire. Manutenzione: prendersi cura della barca equivale a prendersi cura del corpo, della mente e delle relazioni – senza cura, il viaggio si interrompe. Cambiare rotta: saper virare, rinunciare a una meta o seguire un nuovo vento è saggezza, non fallimento. Naufragio e riparazione: anche dal peggiore degli incidenti si può ricostruire; spesso le riparazioni rivelano nuove possibilità. La vita non si misura dalla calma del mare, ma dalla capacità di navigare, adattando le vele, scegliendo la rotta e condividendo il viaggio con chi ci sta accanto. 

     Sono pensieri leggeri che voglio contrapporre all’uomo, nel cortile del suo cantiere nautico, che arringa gli operai che hanno scioperato perché non percepivano lo stipendio. L’energia che quest’uomo mette per convincerli della sua onestà intellettuale, mentre urla che finché avrà vita lotterà per farla pagare a chi lo ha portato sull’orlo del baratro, è l’altra faccia della medaglia della nostra metafora. Io gli auguro di salvare la sua azienda e il posto di lavoro dei suoi operai e impiegati; spero solo che sia davvero onesto nella valutazione delle responsabilità in questa situazione. Etica ed estetica si possono sovrapporre, ma non confondere. Negli anni abbiamo scritto di questo cantiere nautico per segnalare che qualcosa non andava nelle dichiarazioni roboanti e fantasmagoriche. Purtroppo dirlo oggi ha un sapore amaro e retorico. Certamente non aiuterà a pagare gli stipendi di centinaia di persone che non hanno alcuna colpa. Senza voler necessariamente emettere giudizi avventati, posso solo affermare che ci troviamo di fronte a un caso di ambizione che acceca e trasforma il desiderio legittimo di emergere in qualcosa che distrugge ciò che di buono si è costruito, il che è certamente un tema antico. 

// «Chi combatte con i mostri, guardi a non diventare egli stesso un mostro. E se tu scruterai a lungo nell’abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te». Friedrich Nietzsche //

    L’ambizione spinge all’impegno, alla crescita, alla creatività. Diventa pericolosa quando il fine prevale sui mezzi e sui valori. A quel punto, l’io insegue il successo a ogni costo e le scelte quotidiane vengono giustificate dalla prospettiva del traguardo. Si compiono azioni che possono erodere le relazioni, la reputazione, la salute mentale e il senso di integrità. Nietzsche avverte che chi scruta l’abisso rischia di esserne trasformato; Milton mostra l’illusione dell’orgoglio che preferisce regnare nel male piuttosto che servire il bene; Shelley, con Ozymandias, ricorda la fugacità delle glorie fondate sull’arroganza. Tutti richiamano l’idea che il modo in cui si conquista il potere o la fama determina il valore duraturo dell’opera di una vita.

     Emergere non è un peccato; il peccato sta nel permettere all’ansia di corrompere l’etica personale. I poeti e i pensatori ci ricordano che ciò che resta di una vita non è solo il successo visibile, ma anche la coerenza e la bontà con cui lo si è perseguito. Coltivare umiltà, consapevolezza e relazioni di verità è la difesa migliore contro l’offuscamento dell’ambizione. Vi starete chiedendo perché non chiamo questo signore per nome. Non è perché temo di essere citato in giudizio, come succede a tutti quelli che ne intralciano il cammino, ma perché non è necessario e, soprattutto, per l’amarezza che provo nel vedere a rischio ricchezza e bellezza. Il nostro mondo ne è pieno e dovremmo essere grati per le opportunità che ogni giorno ci si presentano. Invece di lottare per farla pagare a chi lo ha messo in questa situazione cerchi un investitore disposto a toglierlo dai guai e si goda la meritata pensione.

(Ultimo banco – Barchemagazine.com – Tratto da Barche, Aprile 2026)