Pierangelo Andreani – Lontano dagli stereotipi

Pierangelo Andreani è un uomo di grande spessore umano e professionale. Un mito gentile a cui tutti i giovani designer si dovrebbero ispirare

by Chiara Risolo – photo by Andrea Muscatello

Pasticciare: operare, procedere in un’attività senza ordine e metodo, con scarsa o nessuna precisione, per incapacità o inesperienza, svogliatezza. La definizione, come da vocabolario della lingua italiana, è quanto di più lontano si possa riferire a Pierangelo Andreani. Eppure, raccontandosi, il maestro del tratto a mano usa sovente questo verbo, quasi fosse un intercalare. Strano per un uomo “così”. Nei suoi 55 onoratissimi anni di carriera ha dato i natali ad autentici blasoni della strada e del mare. È il padre della mitica Maserati Biturbo e della Ferrari Mondial 8, giusto per fare un paio di esempi, ma anche di un numero infinito di moto Guzzi, Cagiva, Benelli e di imbarcazioni targate Cranchi, Bénéteau, Fountaine Pajot

Falsa modestia la sua? Macché! La verità è che Pierangelo Andreani alla matita dà del tu da sempre, tanto da permettersi “con lei” toni scanzonati, nonché quel giusto disincanto tipico di chi ha il cervello affilato come un rasoio. Ha consumato chilometri di mine sui banchi di scuola: “Durante le ore di lezione non c’era foglio bianco su cui non pasticciassi qualcosa. Auto, motociclette… Mi divertivo anche a fare i ritratti dei miei compagni, soprattutto le loro caricature”, ricorda. In generale Andreani rifugge paroloni, inglesismi diffusi e tutto quel trito cliché narrativo che solitamente appartiene agli irriducibili dell’effetto wow costi quel che costi. È un uomo con i piedi piantati per terra, concreto, razionale, misurato. Anche se sa volare.

Le competenze accumulate in molti anni gli permettono di passare indifferentemente dal disegno per una bicicletta elettrica a quello di una macchina per caffè, da una imbarcazione a un frigorifero, dallo scooter a un bruciatore, l’ecletticità è un punto di forza.

«Nessun rimpianto. Quando è arrivata la chiamata dalla Pininfarina, ci sono andato di corsa. In Fiat allora c’era un’atmosfera che non saprei descrivere bene a parole, ricordo soltanto che noi designer ci sentivamo… inutili».

Cresciuto a pane, motori e grafite, ha realizzato il suo sogno di bambino: disegnare auto per i grandi carrozzieri. Con un diploma da geometra in tasca, zaino in spalla, dalla sua Sondrio è andato a prendersi il mondo. Senza sgomitare. Prima in Fiat, dove è rimasto soltanto 14 mesi, non uno di più, anche se – è il caso di dirlo – ha lasciato un segno indelebile, ovvero il modellino (salvo i fari) di quella che poi sarebbe diventata la Ritmo. “Al lancio ufficiale sul mercato dell’auto ero già in Pininfarina e questa migrazione ha fatto carta straccia di qualunque mia possibile paternità”. Roba da non dormirci la notte e invece… invece Andreani non fa un plissé. “Nessun rimpianto. Quando è arrivata la chiamata dalla Pininfarina, ci sono andato di corsa. In Fiat allora c’era un’atmosfera che non saprei descrivere bene a parole, ricordo soltanto che noi designer ci sentivamo… inutili”, tuona pacatamente.

Ad ogni modo, capitolo Ritmo a parte, non ho mai pontificato i miei progetti. Non è solo un’attitudine naturale alla discrezione, credo dipenda anche da un fatto generazionale. Quando ho iniziato a fare questo mestiere, quindi parliamo degli Anni ’70, i giovani – compreso il sottoscritto – che lavoravano in aziende importanti e strutturate, forse non ne avevano piena consapevolezza. Allora non c’era la smania di primeggiare. Durante la settimana disegnavo sogni, Ferrari, Maserati, Jaguar, vero, ma nel fine settimana tornavo a casa, trascorrevo il tempo libero con i miei amici che quasi nemmeno sapevano che cosa io facessi a Torino”, precisa.

Pierangelo Andreani ha cominciato la sua carriera da designer 55 anni fa. Nel dicembre 1970 entra al centro stile Fiat, dopo l’esperienza da Pininfarina, lavora per Moto Guzzi, Benelli, Maserati, allora sotto il controllo di De Tomaso. Nel 1981 apre il proprio studio continuando a lavorare nell’automotive per Cagiva, Yamaha, Renault, Nissan, Mazda,Toyota e dal 1987 comincia la consulenza per Nova Design di Taipei (disegni per scooter SYM e industrial design). Nel mondo nautico, dal 1975 al 2004, collabora con Cranchi, per poi passare a Bénéteau e Fountaine Pajot. Vanno ricordate anche le collaborazioni per Colombo, Besenzoni per vari accessori nautici, Selva design per motori, barche e gommoni e per Blue Water, cantiere taiwanese per il quale disegna l’ibrido di 42 piedi.

A proposito di giovani, impossibile non chiedere al maestro che cosa pensi di quelli di oggi che decidono di intraprendere la carriera di designer. “Hanno a disposizione molti più strumenti rispetto a quelli di cui disponevamo noi. Le scuole dedicate non si contano, ma onestamente credo che questi istituti siano più che altro una fucina di quattrini, un modo per fare business. È assurdo ritenere che ogni anno il mercato possa accogliere migliaia e migliaia di nuovi designer. E poi, sa, oggi tutto è di design e il vero cortocircuito è insito nella parola stessa. Sorrido quando qualcuno mi dice: ‘Ho comprato una sedia di design’. Chiedo: ‘ma è comoda?’ Risposta: ‘no, ma è di design’. Beh, allora è una schifezza penso tra me e me”.

Per Bénéteau, Andreani ha disegnato la nuova gamma Gran Turismo, caratterizzata da semplicità lineare e sportività. È pensata per una vita a bordo focalizzata per un utilizzo all’aperto grazie ai balconi di ampie dimensioni e la vicinanza dell’acqua, senza dimenticare una postazione di guida che può essere chiusa e climatizzata, proprio come su una vera Gran Turismo.

Sono barche a tutti gli effetti, invece, quelle uscite dalla matita di Andreani. Belle e capaci di navigare come da manuale di buon senso. In principio fu Cranchi, uno dei primi cantieri a utilizzare la vetroresina. Era il 1975. Lo stilista (preferisce definirsi così, piuttosto che designer) si occupava sia degli esterni sia degli interni: “Disegnavo centinaia di imbarcazioni all’anno, che poi venivano prodotte. Numeri oggi impensabili, oltretutto con il grande vantaggio di avere un solo referente, quindi una grande libertà d’azione, dettaglio altrettanto impensabile ai giorni nostri”. 

«Quando mi hanno chiesto di rinnovare la gamma dei trawler di Bénéteau, era tassativo il rispetto dei limiti di spesa. E alla fine ci siamo riusciti. Non è stato facile perché devi tirar fuori un prodotto valido, di qualità, ma capace, al tempo stesso, di evitare sprechi».

Per la verità, impensabile, anche già durante le postume collaborazioni con Bénéteau e Fountaine Pajot, arrivate per l’appunto dopo i felici decenni in Cranchi “Lavorare per grandi gruppi obbliga a confrontarsi con parecchie teste. Ci si misura con indicazioni precise, relative soprattutto al contenimento dei costi, con paletti che a volte fanno storcere il naso, ma le linee guida fanno parte del gioco. Cito un aneddoto che riguarda le 4 ruote, ma è emblematico: quando ho disegnato la Maserati Biturbo, ho chiesto l’ingombro del motore, dei sedili e di quello che ci sarebbe dovuto stare e De Tomaso mi rispose: ‘non si preoccupi, lei faccia il disegno. Il motore ce lo faccio stare a pedate’ ”.

Fantascienza, preistoria. Chissà… Pierangelo Andreani ha indiscutibilmente avuto la fortuna di vivere la Prima e la Seconda repubblica della nautica, riconoscendone vizi e virtù. Sempre con quel sano disincanto che fa di lui un vero professionista. E non una star.

(Pierangelo Andreani – Lontano dagli stereotipi – Barchemagazine.com – Tratto da Barche, Luglio 2025)