Rivisto il regolamento, l’editoriale di Franco Michienzi

Sono state modificate le regole legate al Green Deal. Per la nautica si aprono nuove opportunità di sviluppo che devono essere colte senza la spada di Damocle delle emissioni zero

by Francesco Michienzi

Dopo aver assistito negli ultimi anni all’intensa corsa regolatoria e finanziaria intrapresa da fine 2019 verso l’ambita neutralità climatica dell’Unione Europea, incarnata nel cosiddetto Green Deal, ci dobbiamo attrezzare per il War Deal? Leggendo le dichiarazioni del presidente del Consiglio europeo Charles Michel, pare proprio di sì. Anni di tavole rotonde, dibattiti e convegni sulla sostenibilità sono stati spazzati via in pochi minuti. Dopo aver distrutto l’industria automobilistica del vecchio continente abbiamo rischiato di veder uccisa anche quella della nautica.

Per fortuna c’è stato un afflato di rinsavimento. La presidente della Commissione europea von der Leyen ha presentato un pacchetto di misure che darà spazio anche alla produzione di motori alimentati con biocarburanti o con carburanti sintetici. Sarà ufficializzata anche la revisione del regolamento sulle emissioni di CO. Si abbasseranno le soglie: non più il 100% fissato in origine, ma a partire dal 2035, basterà il 90%. Soglia di emissioni che, di fatto, fa sopravvivere il motore termico oltre quella data.

Nel periodo di transizione potrebbero aumentare i costi per adattarsi ai nuovi obiettivi dei regolamenti comunitari e si potrebbe registrare un rallentamento di alcune vendite di unità tradizionali.

Una vera inversione di marcia per Bruxelles, che ha ceduto così alle pressioni delle case automobilistiche, da sempre contrarie alle regole europee troppo stringenti e ritenute un vero ostacolo per competere ad armi pari con l’industria statunitense e, soprattutto, cinese. Si è affermato il principio della cosiddetta neutralità tecnologica. In altri termini, la possibilità di utilizzare non solo l’elettrico, finora unica via scelta dalla commissione, ma anche altre tecnologie, come l’ibrido, l’idrogeno, i biocarburanti e i sintetici, capaci di contribuire alla decarbonizzazione. Abbiamo sempre saputo che nella nautica da diporto non era stata individuata una soluzione definitiva per le riduzioni a zero delle emissioni di CO, ma abbiamo fatto finta di nulla in attesa di un cambio di regole. Nel luglio 2023 avevo scritto: “L’industria nautica è un settore globale che richiede regole globali; qualsiasi alternativa produrrebbe un mosaico di regimi di riduzione della CO particolarmente caotico. Mi rendo conto di andare controcorrente, ma mi piacerebbe un dibattito approfondito sull’impatto della nautica da diporto sull’ambiente. Preferibilmente non ideologico, ma realistico e più scientifico, basato su studi e dati reali, che spinga i legislatori nella direzione più corretta”. 

Le modifiche arrivate rappresentano buone notizie che consentiranno di affrontare il medio periodo con un minimo di serenità. Tuttavia, l’industria nautica italiana non deve interrompere la riflessione sulle azioni da intraprendere. In particolare, è opportuno effettuare un audit energetico della flotta e delle strutture per definire le priorità di intervento. Pianificare la graduale integrazione dell’elettrificazione/ibrida e prevedere il retrofitting quando opportuno. Verificare i bandi regionali/UE per incentivi alle infrastrutture e alla rottamazione. Formare personale sulla gestione delle batterie, sulla sicurezza e sull’installazione di sistemi alternativi. Gli effetti potrebbero favorire una crescita della domanda di imbarcazioni: serviranno più punti di ricarica elettrica per imbarcazioni, sistemi per l’idrogeno o i biocarburanti, accumuli energetici e la gestione dei rifiuti. 

Il Green Deal implica anche dover considerare i rischi e le criticità. Come la disponibilità, il costo delle batterie e dei combustibili alternativi, la gestione del fine vita delle batterie e dei compositi, oltre alla necessità di standardizzazione e di interoperabilità delle infrastrutture di ricarica.

Le strutture portuali dovranno investire in impianti di raccolta degli oli e delle acque nere e in sistemi antinquinamento. Infine, ci sarà bisogno di nuove norme di sicurezza e di controllo per gli impianti elettrici di bordo e per le stazioni di ricarica. Inutile dire che la maggior parte della politica italiana di tutto si occupa fuorché di raccogliere le istanze provenienti dai settori produttivi e di proporre strumenti adeguati. È vero che nel periodo di transizione ci sarà un aumento dei costi per adeguarsi e un possibile rallentamento di alcune vendite di unità tradizionali. Per questa ragione serviranno degli incentivi pubblici e fondi UE che possano attenuare il costo di rinnovamento per l’ibridazione, l’elettrificazione e le infrastrutture nei porti.

Sappiamo già che si moltiplicheranno i convegni e i dibattiti che serviranno soprattutto a dare visibilità ai partecipanti, ma non a individuare strumenti concreti. In questi anni abbiamo registrato troppe incertezze, troppe accelerazioni; servirebbe una strategia e una visione davvero di medio-lungo termine, le uniche capaci di consentire a investitori, imprese e consumatori di vivere con fiducia il nuovo ciclo delle istituzioni europee. Tornando alla domanda iniziale, Green Deal oppure War Deal? Direi di optare per Nautical Deal dove la barca, il suo processo produttivo, il suo uso e i valori che rappresenta consentano a tutti una vita più serena.

(Rivisto il regolamento – Barchemagazine.com – Tratto da Barche, Febbraio 2026)