Il Cavaliere Bianco, l’editoriale di Franco Michienzi

Nell’industria nautica italiana non sono rari i casi di imprenditori intervenuti per salvare brand storici di grande valore. I risultati non sono sempre stati quelli auspicati dagli investitori

by Francesco Michienzi

Emergono come potenziali salvatori, intervenendo per tutelare la compagnia presa di mira da un offerente ostile. Sono acquirenti tipicamente amichevoli che offrono un accordo più favorevole agli azionisti della società target, contrastando così il tentativo ostile di acquisizione. Sono i cosiddetti Cavalieri Bianchi. Tuttavia, il loro ruolo nel salvare le aziende dalle acquisizioni ostili non è esente da controversie, poiché le loro azioni sono spesso guidate da un mix di motivazioni altruistiche e strategie di ricerca del profitto. Nella storia dell’industria nautica ci sono stati dei Cavalieri Bianchi? Possiamo dire che nella nautica italiana non ci sono stati veri e propri cavalieri bianchi in soccorso delle imprese in difficoltà.

Possiamo parlare piuttosto di imprenditori, che, avendo conseguito un discreto successo con le loro aziende, hanno deciso di cimentarsi con le barche. I motivi sono vari, spesso legati alla loro esperienza di armatori. Se analizziamo le cifre complessive che hanno investito e perso nel nostro mercato rimaniamo perplessi dal fenomeno. Secondo un importante istituto finanziario internazionale sono stati bruciati tra gli 800 milioni e un miliardo di euro. In realtà non si tratta di una cifra enorme, se la paragoniamo a un imprenditore come Massimo Moratti, che per finanziare la magica Inter ha speso circa un miliardo di euro. Altrettanto dicasi per Silvio Berlusconi con il suo Milan. In questi casi la passione è così forte che, potendoselo permettere, è stato giusto farlo. Moratti e Berlusconi se ne sono andati con importanti trofei vinti e ricevendo dai propri tifosi un sentimento di eterna gratitudine, lasciando anche un valore patrimoniale non indifferente. Forse la piccola dimensione delle industrie nautiche italiane non ha mai consentito uno sviluppo ordinato delle imprese. 

SI SONO VOLATILIZZATI CIRCA UN MILIARDO DI EURO DI IMPRENDITORI CHE DA ALTRI SETTORI HANNO INVESTITO NELLA NAUTICA. I MOTIVI DI INSUCCESSO HANNO LE RAGIONI PIÙ DISPARATE.

Abbiamo assistito a ingressi nei capitali o creazione di nuove società. A parte pochi casi, posso solo osservare che il miliardo di euro investito dai cavalieri bianchi della nautica si è praticamente dissolto senza lasciare tracce significative. Sento parlare di potenziali acquisizioni, di ristrutturazioni aziendali o di nuovi brand che stanno per essere lanciati. Probabilmente il settore non consente la creazione di grandi aziende in grado di orientare il mercato, osservo che la maggior parte è concentrata sul suo particolare business. Forse bisognerà attendere un mutamento di scenario macroeconomico per vedere dei cambiamenti strutturali nel nostro settore. A mio parere, vista la debolezza di molte aziende europee, questo sarebbe il momento ideale per costruire degli agglomerati industriali nazionali di grande spessore. Giocare da protagonisti non è una chimera, ma il frutto di una visione strategica di lungo respiro. 

LE AZIENDE NAUTICHE ITALIANE POTREBBERO LAVORARE INSIEME SU MOLTI TEMI, DALLO SVILUPPO DI PIATTAFORME NAVALI COMUNI ALLA RICERCA DI NUOVE SOLUZIONI TECNOLOGICHE.

Per affrontare le sfide del futuro servono idee, capacità manageriali per metterle a frutto, risorse economiche e grande volontà. Tutte cose che la nostra industria nautica possiede, come dimostra la rinnovata capacità produttiva e la qualità dei suoi prodotti. Purtroppo, o per fortuna, l’Italia è l’Italia con le sue eccellenze e le sue contraddizioni. All’ombra delle migliori aziende c’è una certa quantità di operatori che definisco border line, sempre in bilico tra intuizioni intelligenti e furbizie di corto respiro a danno di malcapitati armatori. Sarebbe auspicabile un lavoro comune, serio e approfondito tra le industrie nautiche più lungimiranti per aggiornare le regole del gioco in tema di sinergie su piattaforme navali comuni, ricerca sulle migliori soluzioni per i sistemi propulsivi, ricerca sui nuovi materiali, partecipazione ai saloni nautici internazionali e politiche commerciali che evitino la vendita di imbarcazioni che non generano profitto per l’impresa.

(Il Cavaliere Bianco – Barchemagazine.com – Luglio 2024)