L’orso bianco era nero, l’editoriale di Franco Michienzi

Nel libro di Marco Benadì, dedicato alle parole dolci, e in quello di Roberto Vecchioni, dedicato alla storia e alla leggenda della parola, ci sono molti spunti sui quali è sempre utile riflettere

by Francesco Michienzi

“Le parole contano, eccome se contano. Le cerchiamo, le scriviamo, le sogniamo e le cantiamo, a volte le rimangiamo, troppo spesso non le conosciamo”. Un’espressione che condivido pienamente e che ho tratto dal bel libro di Marco Benadì, Parole Dolci

Dolci, agenzia di comunicazione e marketing libera e indipendente dal cuore italiano, ha celebrato i suoi sessant’anni con un’opera plurale dedicata al suo fondatore, Silvio Dolci.

Anche Roberto Vecchioni ne parla nel suo volume L’orso bianco era nero. Storia e leggenda della parola. “Questo libro ha a che fare con la linguistica come io assomiglio a un orso bianco o se preferite nero”. L’intento di Vecchioni è quello di farci innamorare della parola. “Sono i miei ottant’anni d’amore, raccolti da decine e decine di fogli sparsi qua e là nel tempo, stipati in block-notes, quaderni, schemi per lezioni, sghiribizzi personali, letture sottolineate, ricerche notturne, confronti, domande infinite, scoperte mai immaginate da altri, un gioco famelico a sapere e chiarire, un’ubriacatura di luci intermittenti, ipnotiche, fatali, perché più ci entravo in quelle parole, più sentivo una foga irrefrenabile a entrarci, e capivo, comprendevo a pieno la vera essenza di tutto, la corposità, la fisicità di quelli che pensiamo solo suoni e invece sono codici risolti perché perfette in noi si rivelino le emozioni, le commozioni nostre e degli altri; le parole sono un groviglio logico di foni, suoni che specchiano l’uomo. Questa era la mia felicità… La parola è l’unica vera invenzione umana, tutte le altre sono scoperte, dalla ruota al bosone. C’erano già, c’erano già tutte, bisognava solo impossessarsene. La parola no, è nata dal nulla”, afferma il cantautore.

«Questo libro ha a che fare con la linguistica come io assomiglio a un orso bianco o se preferite nero. Non ho nessuna intenzione di sciorinarvi un’opera corretta, metodica, e men che meno colta, accademica, incomprensibile ai più e infine del tutto inutile a chi sfaccenda pieno di problemi suoi col tempo che vola». Roberto Vecchioni

Noi che viviamo di parole scritte non potevamo non rendere omaggio a coloro che amano le parole. Non si tratta di un espediente retorico per sottolineare un concetto. Ma di un lavoro di ricerca su quali possono essere le parole importanti del nostro agire quotidiano. La prima è senza dubbio verità, e sappiamo bene di quanta ce ne sia bisogno nel nostro mondo complesso. Come giornalisti abbiamo il dovere di cercare sempre la verità. Solo per fare un esempio, vi sembra vero un portafoglio ordini di oltre un miliardo di euro di navi da diporto da costruire, consegnandone una, due o tre, quando va bene, in un anno?

Anche credibilità è una bella parola. Vi sembrano vere le dichiarazioni su fatturati in crescita, nonostante il rallentamento generale del mercato? Quando ci presentano un fatto economico elaboriamo sempre un giudizio sulla credibilità della persona che ce ne parla. La credibilità che attribuiamo al nostro interlocutore dipende da come la nostra mente è fatta in termini di ricordi, emozioni, esperienze o capacità logiche.

La terza parola è sostenibilità, ma non la metto tra quelle che mi piacciono. Tutto deve essere sostenibile, l’importante è che lo sembri, anche se nei fatti è il contrario. C’è un fiorire di convegni, tavole rotonde e iniziative di varia natura dove si parla di ambiente. Tante statistiche, tanti dati, tante linee guida, ma nessuna vera soluzione praticabile. Partecipare a un evento sulla sostenibilità non ci dà automaticamente la patente di difensori dell’ambiente.

La quarta parola è populismo, quello di politici e conduttori televisivi che per fare audience fomentano l’odio sociale. Nella puntata del primo maggio, di Dritto e Rovescio, condotta da Paolo Del Debbio sul canale televisivo Rete 4, Giorgio Cremaschi, leader del movimento politico Potere al Popolo, si è scagliato contro i ricchi e un sistema malato che impedisce alle persone normali di curarsi mentre ci sono alcuni che possono comprarsi palazzi, ville, barche e persino i medici di cui hanno bisogno. Li ha definiti parassiti. Mentre parlava, come quinta dello studio c’era un’immagine di un mega yacht costruito in Italia. Noi siamo d’accordo con lui che tutte le persone hanno il diritto di essere curate nei tempi di cui hanno bisogno, ma demonizzare la ricchezza e la possibilità di comprare barche da milioni di euro è profondamente sbagliato.

Nella puntata del primo maggio, nella trasmissione Dritto e Rovescio, Giorgio Cremaschi si è scagliato contro i ricchi e un sistema malato che impedisce alle persone normali di curarsi mentre ci sono alcuni che possono comprarsi palazzi, ville, barche e persino i medici di cui hanno bisogno. Li ha definiti parassiti.

Cremaschi, che è stato un sindacalista prima di fondare il suo piccolo partito politico, dimentica sempre che per costruire quei beni, che lui considera un insulto alla povertà, lavorano decine di migliaia di persone. Forse le preferirebbe tutte disoccupate. Demonizzare la ricchezza serve a poco. Forse se i politici che ci amministrano usassero meno parole vuote e si impegnassero a risolvere i problemi, tutti potrebbero migliorare la loro condizione sociale. Cercare di trasformare i ricchi in poveri non è certo la strada più intelligente per una società più giusta ed equa.

La quinta parola è demagogia, la stessa del ministro Adolfo Urso che il 16 febbraio aveva dichiarato: “A breve la legge quadro sulla Blue Economy”. Capisco che a breve non abbia lo stesso significato per tutti, ma sorrido a queste affermazioni così perentorie. Inoltre, mi piacerebbe sapere cosa ci sia in questa legge quadro che potrebbe contenere un supplemento di burocrazia da sopportare.

La sesta parola è giornalismo. Quello autentico e non al servizio di qualcuno. Quello che racconta i fatti in modo oggettivo. Non quello che difende una tesi precostituita per compiacere un potente o un interesse particolare.

Tornando alla parola in quanto tale, ci piace pensare che metterla nero su bianco, sulla carta, le attribuisca una forza maggiore tale da durare nel tempo. Nei giorni dei social media, dove tutto si consuma all’istante, è importante custodire le parole in un luogo fisico sempre accessibile e duraturo negli anni come una rivista, un quaderno o un libro. Infine, le parole che preferisco in assoluto: gentilezza, coraggio, fiducia, passione e infinito. Lo stesso infinito di chi ha il coraggio di vivere il futuro con passione e gentilezza. Avrete pensato, ma tutto questo cosa c’entra con le barche e l’industria nautica? C’entra, perché la nostra vita è fatta di questo e le parole raccontano chi siamo, cosa vogliamo fare e come agiamo. Nel mondo ideale c’è verità, rispetto, trasparenza, umanità e correttezza. Ed è proprio lì che vogliamo vivere. Una parola poetica può trasformare una zolla in un campo, una goccia in un mare.

(L’orso bianco era nero – Barchemagazine.com – Tratto da Barche, Giugno 2025)