Antonio Collarino, l’uomo e la sua barca

Chirurgo di fama mondiale, armatore da tutta la vita, vive la sua barca, un Magellano 53 di Azimut Yachts, con molta intensità e passione

L’UOMO E LA SUA BARCA, UN BINOMIO DALLE VALENZE SORPRENDENTI CHE PUÒ REGALARE CONTENUTI NUOVI E INASPETTATI. L’uomo è Antonio Collarino, chirurgo vascolare di fama mondiale, primo medico in Italia ad aver usato il laser nella sua professione. La barca è un Magellano 53 di Azimut Yachts di nome Parsifal, esattamente come il mito che incarna l’eroe inquieto e scontento che parte e va alla ricerca di qualcosa che apparentemente sarà esterno, ma che lo condurrà a sè stesso. L’uomo, fin dalle sue origini, ha cercato di comprendere il “perché” della sua vita ponendosi la domanda esistenziale: “Da dove arriviamo e dove siamo diretti?” Ricercando quindi una meta o, forse, un ritorno a qualcosa. Il tema di Parsifal è il tema del “viaggio”, qualcosa che è iscritto nella nostra psiche in quanto è universale e si costella ad un certo punto della nostra vita evocato da uno dei sette archetipi fondamentali, il viaggio ci ricorda che la vita è movimento costante e progressivo verso la crescita, l’evoluzione e il futuro. Mitologia, filosofia, letteratura e psicologia hanno affrontato questo argomento legandolo simbolicamente ad un processo di conoscenza e di scoperta. Antonio Collarino è un uomo di scienza, colto e sempre desideroso di scoperte; il mare è il luogo per eccellenza delle scoperte e la barca lo strumento per realizzarle. Ne ha avute diverse, tra cui un Atlantis 39 e, prima del Magellano, un Atlantis 50 che ha usato per oltre 7 anni.

Dottor Collarino, in 7 anni è cambiato tutto, dal modo di pensare al vostro approccio rispetto alla barca. Cos’è successo in questo arco di tempo?
La parola giusta per spiegare cosa è accaduto è “maturata”, sia nel discorso nautico che nel discorso umano. Passano gli anni, si passa attraverso tante esperienze e io ho l’idea che la barca deve rispecchiare un po’ la mia personalità. Tra una barca e il suo armatore si crea un rapporto particolare. Con il trascorrere degli anni si passa dai momenti in cui si aveva la voglia di correre e di stupire a momenti più riflessivi. Con Parsifal c’è la possibilità di rispettare tre parametri: quello della forza, perché è una barca forte con dei motori che mi permettono di affrontare anche la tempesta; quello di vincere la paura, perché mi permette di non fuggire e incominciare a ragionare, non come chi va inconsciamente verso l’avventura; quello della stabilità, grazie ad una barca solida che ha la capacità di reggere il mare; per arrivare poi all’ultima fase che è la somma della forza e della solidità.

Per cui la barca fa vincere la paura? Un sentimento ancestrale che gli italiani non hanno ancora vinto del tutto?
Esattamente. Secondo me si ottiene con il passare degli anni, nell’ultimo periodo della vita in cui uno incomincia un po’ più a conoscere sé stesso. Il discorso della navigazione intesa come scoperta e il discorso del viaggio inteso come nascita/morte è fondamentale a una certa età, questo tipo di barca mi consente di fare questo, di essere con me stesso e di scoprirmi sempre di più per intraprendere nuovi viaggi. Questo tipo di barca me lo permette, Azimut gli ha dato un’autonomia enorme che consente di dire: “Io parto, dove devo arrivare non lo so, quando mi fermo non lo so”. Quello che più mi ha colpito è stato constatare che i miei ragazzi mi hanno seguito in questo. Vedere dei giovani che seguono una persona matura su questo concetto non è facile perché questa voglia di scoperta cambia da un giovane rispetto a un anziano.

La scelta del nome ha richiesto discussioni?
No. è uscito spontaneo. Il fatto delle mete, delle fermate è validissimo, però è molto più valido quello di prendere e stare con te stesso, l’individuo è fondamentalmente formato da tre parti: corpo, mente, spirito. Mentre il corpo è un qualcosa che ha delle leggi ben precise, tu, con la mente, riesci a correggere queste leggi, riesci a ragionarci su e a cercare di trovare il meglio, la cosa bellissima poi è quando con lo spirito riesci a sottomettere tutte e due, la sottomissione del corpo e della mente vuol dire aver raggiunto l’ideale, la conoscenza. Questo tipo di barca mi dà la possibilità di stare da solo con me stesso. La cosa più strana è che quella del marinaio non è solitudine, perché ha tante conoscenze che ritrova stando in acqua, stando nella barca e che non avrebbe potuto avere altrimenti perché sarebbe stato disturbato dai rumori della vita.

Invece il rapporto con il possesso com’è?
Non esiste un possesso, esiste una condivisione. Si viaggia insieme, non siamo la stessa cosa, siamo uno a fianco all’altro viaggiamo insieme; abbiamo da raggiungere una stessa meta, siamo sulla stessa rotta però non ci sono competizioni, non c’è dominanza e questo è importantissimo perché se tu dipendi dalla barca hai chiuso, se la barca dipende totalmente da te è pericoloso. Ad esempio con un Atlantis non potevi fare un viaggio per più di due ore, due ore e mezza, corri e arrivi, ma alla fine sei stanco; va bene, hai raggiunto una meta, ma cosa hai ottenuto da questo percorso? La cosa importante è vedere che cosa il percorso ti dà, altrimenti diventa una esibizione di muscoli, diventa un modo di comperarsi, di combattere, di essere più forti o meno forti.

In questi pochi mesi di navigazione ha scoperto esattamente tutte queste cose?
Sì, ma quello che onestamente mi ha colpito di più sono stati i miei figli che sono rimasti contenti di questo tipo di navigazione. A loro è piaciuto questo modo di navigare.

Avete fatto qualche esperienza di mare molto formato?
Solo un pochino quando siamo tornati dall’Elba, la barca regge bene. Un’altra cosa interessante è lo stabilizzatore giroscopico Seakeeper. Quando entriamo in rada lo usiamo e non abbiamo più il mal di mare, per noi è molto importante e io sono entusiasta: è la barca del traguardo.

Come è cambiato il mare in questi 10 anni?
Lo trovo un mare più sporco, più invaso da incompetenti, non c’è il rispetto, c’è una non legislatura di protezione del mare, si passa dagli estremi e non si guardano le cose veramente importanti ad esempio la possibilità di chiudere gli scarichi, che in questa barca esiste, e tutta una serie di accorgimenti che ti permettono di essere più ecologico.

Come è cambiata la socialità in barca rispetto a quella che avevate prima?
Notevolmente, qui stiamo in casa, siamo in salotto, gli spazi hanno la loro importanza. Ci sono varie possibilità, tra cui anche quella di separarci avendo vari livelli, un gruppo ad esempio può stare sul fly – che oltretutto è fatto benissimo. Il problema di trovarsi con degli amici, che diventano nemici perché si trovano male, esiste sempre e ti devi porre sempre la domanda: lo invito, lo porto con me e poi? Penso che questa sia una barca per la socialità, è comoda, è tranquilla.

È adatta alla famiglia che fa la crociera?
È come una barca a vela, ma molto più completa perché una barca a vela è comoda da una parte, ma è scomoda per un altro motivo, a meno che non si abbia un mega yacht, ma una barca media di 12/15 metri non dà questa vivibilità, non dà questa possibilità di socializzazione, ti dà soltanto il rapporto con il mare. Questa barca invece ti dà l’uno e l’altro è un passo avanti rispetto alla vela.

Avete acquistato anche questa barca da Maurizio Granai di Gpy?
Si, ritengo sia fondamentale per il rapporto umano e l’assistenza. Quando il discorso è solo legato all’affare non ci sta bene; con Maurizio e Giovanni Granai siamo diventati anche amici, un rapporto generico è più a rischio, molto meglio che il dealer sia una persona di cui ti fidi e sia sempre la stessa.

Avete fatto qualcosa di particolare rispetto al cantiere su questa barca?
Tolto un tavolo sul fly e ho messo a prua lo studio perché mi permette di lavorare. C’è la cucina fatta in un modo intelligente. Tutto l’insieme è stato studiato molto bene per un ambiente famigliare e meno per la sportività. Questa barca, pur essendo tozza, è bella lo stesso, è stata fatta per essere vissuta.

Dal punto di vista della tipologia che tipo di armatore si sente?
Indipendente. Io ho sempre avuto un rapporto particolare con la barca, io non vado in montagna, vado solo al mare e faccio solo questo. Gli armatori di solito usano la barca come un oggetto, come un mezzo, per me non è un oggetto è una fonte di crescita, è un rapporto uomo/barca.

Quanto usate la barca?
Almeno una volta alla settimana e in agosto tutto il mese. Anche d’inverno usciamo sempre.

Perché avete scelto questo colore?
Ci è piaciuto perché il grigio sta in mezzo tra il bianco e il nero. Siamo in mezzo, facciamo il solito discorso esoterico; il colore è bello rende molto e poi è tranquillo.

(Antonio Collarino, l’uomo e la sua barca – Barchemagazine.com – Gennaio 2016)