Martina e Bernardo Zuccon, dal cucchiaio alla città

Parlano Martina e Bernardo Zuccon, invitati dallo IED Torino per una Lectio Magistralis. Al centro di tutto c’è il progetto, inteso nel senso più ampio. La barca? Un luogo, un contenitore di vita. Il design? Nasce, sempre, per risolvere necessità

by Barche

Arrivano trafelati, Bernardo molto emozionato: Aula Magna, Lectio Magistralis. Parole grosse, “Dovreste non usarle, mi è venuta una certa ansia”. I ragazzi del corso di Yacht Design del secondo e terzo anno più quelli del Master sono tanti, e tanta è l’attesa. Bernardo ha 40 anni, ma sembra più giovane e potrebbe confondersi con gli studenti. Lui, in piedi, racconta, Martina, alla cattedra, gestisce la presentazione ma si capisce subito che sono una sola cosa. Doveva essere un intervento di un paio d’ore ma è diventata una giornata intera assieme ai ragazzi, compreso il tempo del pranzo. 

Qui vi riportiamo la prima parte della Lectio, la più teorica, dove raccontano la loro visione, la loro storia, quali sono i loro punti di riferimento nel mondo della progettazione. In un secondo articolo ci focalizzeremo sul motivo originario dell’invito alla Lectio: confrontarsi con ragazzi che per la loro tesi, con Sanlorenzo come committente, dovevano affrontare il tema del Restyling dell’SD 112.

Bernardo Zuccon: Vorrei partire da una citazione di Shakespeare: “C’è una storia nella vita di tutti gli uomini”. Mi sono chiesto come raccontare a voi qual è la nostra di storia, cosa sono il nostro Studio e il nostro lavoro. Non potevo che partire dall’immagine di questi due signori: Gianni Zuccon e Paola Galeazzi, nostro padre e nostra madre. Se noi oggi, Martina ed io, siamo qui, lo dobbiamo a loro due. Questi due signori hanno fatto una scelta molto importante: dedicare la loro vita al Progetto, nel senso più ampio di questa parola.

Mio padre, Gianni Zuccon, ha progettato, tra le altre cose, l’ampliamento della facoltà di Architettura di Valle Giulia, e insieme a mia madre, Paola Galeazzi, ha realizzato nel 1984 la sede dell’Agenzia Spaziale Europea.

Hanno iniziato il loro percorso in un luogo che per me è sacro, la Facoltà di Architettura di Valle Giulia a Roma, un’Università che ha una storia non solo di progettazione, ma anche politica e sociale. Qui, prima mio padre e mia madre, poi Martina ed io, siamo cresciuti, qui ci siamo formati non solo da un punto di vista progettuale ma anche da un punto di vista umano. Qui i nostri genitori hanno lavorato e studiato, papà al suo interno è stato un’attivista politico. A loro due voglio affiancare subito altre due figure fondamentali nella storia dell’architettura, due maestri assoluti, Bruno Zevi e Ludovico Quaroni. Erano professori della facoltà Valle Giulia negli anni in cui mamma e papà vi lavoravano e studiavano.

Bannenberg, il più grande di tutti
Nel mondo ci sono sei progettisti nautici che sono i nostri punti di riferimento. Su tutti Jon Bannenberg, architetto e designer, metà inglese e metà australiano, progettista a 360°, non solo nel mondo della nautica. È stato, per me, il più grande di tutti i tempi. Ha realizzato alcune delle barche più belle che hanno mai navigato. Per farvi giusto qualche esempio: Limitless, 96 metri del 1997 dei cantieri Lürssen. A dispetto dei suoi 26 anni di vita, penso sia uno dei superyacht attualmente in acqua ancora più belli in assoluto. Vederla dal vivo è emozionante. È di una bellezza estrema. Poi citerei anche Rising Sun, un 98 metri, sempre un Lürssen, ma del 2004. Qui il tema del rapporto tra architettura e design si sente forte, sembra quasi un edificio galleggiante ma mantiene comunque un’armonia, un’intelligenza, una maturità progettuale profonde. Come terzo esempio vi porto Never Say Never, 37 metri, un progetto che ha fatto per il cantiere australiano Oceanfast. Questa è una barca straordinaria perché parliamo del 1985 ed è un oggetto, un “luogo”, che potrebbe essere attuale ancora oggi Bannenberg era tutto questo. E molto altro. Bisogna conoscerlo e studiarlo, così come i lavori del suo discepolo Martin Francis.

Vi racconto di loro perché voglio subito sottolineare che la formazione culturale, la più ampia possibile, è fondamentale per costruirsi un futuro. Mio padre e mia madre hanno disegnato barche per una vita ma con personaggi come Zevi e Quaroni studiavano urbanistica e architettura. Il progetto, nel senso più esteso del termine. Il denominatore comune è, sempre, l’uomo. Il dibattito sul rapporto tra design e architettura è necessariamente parte fondamentale di questa lezione. Chi vi parla è una persona innamorata delle barche in maniera profonda e viscerale, ma è anche una persona che ha studiato come si fanno le abitazioni, gli edifici, le città. Io ho deciso di cominciare a disegnare barche quando ho fatto la tesi di laurea, che rappresentava la congiunzione ideale tra la mia passione per le barche e per il progetto. Ma non è stato un percorso sempre semplice. Ad esempio, per farvi capire anche la difficoltà di crescere in un luogo dove ai tempi dominava l’idea delle barche viste più come oggetti di design di lusso e non come delle reali architetture, posso dirvi che il Presidente della commissione di laurea quando vide il mio lavoro venne da me, e la prima domanda che mi fece fu: “Quanto costa questa cosa”? Vi posso assicurare che dopo un anno di lavoro sentirsi dire una frase del genere, così riduttiva, ha distrutto tutta quella che era la mia aspettativa. Ovviamente non mi sono fatto abbattere, ma di certo nella vostra vita professionale ne incontrerete molti di momenti simili. Sarete costantemente contaminati da tentativi di tarparvi le ali. Aspettatevelo, e continuate a coltivare i vostri sogni.

L’immagine sintetizza la nostra idea di progetto ed è per noi storica. Questo schizzo di nostro padre del 1989 rappresenta molto bene il costante dibattito sul rapporto tra architettura e design: da una parte degli edifici, dall’altra barche, automobili, autobus, aerei.

Un’altra immagine simbolo che può raccontare la nostra storia è quella che rappresenta il concetto di: “Dal cucchiaio alla città” promosso da Nathan Rogers nel 1953 e poi inserito all’interno della carta di Atene. Sintetizza l’idea che un progettista deve essere in grado di disegnare dall’oggetto più piccolo allo spazio urbano. So che voi state facendo un percorso specialistico, ma cercate di allargare i vostri orizzonti, noi dobbiamo essere in grado di poter approcciare mentalmente un progetto in questo senso, così ampio. E a questo proposito torno sull’esperienza personale dei nostri genitori, partiti anche loro da una formazione da architetti. Mio padre ha progettato, tra le altre cose, l’ampliamento della facoltà di Architettura di Valle Giulia, e assieme a mia madre ha realizzato nel 1984 la sede dell’Agenzia Spaziale Europea. Lavori fatti quando erano già ben attivi anche nel mondo della nautica. Il tema della multidisciplinarità ha caratterizzato il nostro studio, da sempre.

DOVEVA ESSERE UN DISCORSO DI DUE ORE, MA SI È TRASFORMATO
IN UN’INTERA GIORNATA TRASCORSA CON GLI STUDENTI
DEL MASTER IN YACHT DESIGN.

Ma torniamo a parlare di barche, siamo qui per questo. Le barche sono un problema, almeno per me, perché non faccio altro che pensarci. E a questo proposito mi piace citare una bellissima frase di Tiziano Terzani“Evviva le navi! Con il loro ansimare, scuotere, sospirare; con il loro gioire delle carezze delle onde, con il loro godere nell’amplesso del mare, le navi sono a misura d’uomo. Teniamole in vita come una prova d’amore. Usiamole per far felici gli ultimi romantici. Usiamole per salvare i depressi! Facciamo viaggiare sulle navi chi non sopporta più il peso della vita, chi non vede ragione per tirare avanti, chi si sente soffocare, e risparmieremo quintali di pasticche; faremo a meno del Valium e del Prozac!”.

Una frase splendida che racconta la vocazione per le barche che la nostra famiglia ha sempre avuto, ma che è partita in maniera assolutamente insolita. Nel 1974 mamma e papà lavoravano in uno studio di architettura e stavano progettando una città nello Zaire. A lavoro concluso si sono detti, e ora che facciamo? La fortuna ha voluto che abbiano ricevuto una telefonata da un loro amico, Alcide Sculati, che li informava di un cantiere a Sabaudia che aveva indetto un concorso per una barca di diciassette metri. Mio padre disse subito di no, poi riflettendo con mia madre decisero di affrontare la sfida, e di partecipare. Nessuno dei due era mai salito su una barca, ma vinsero disegnando il Technema di 65’ per il cantiere Posillipo di Sabaudia. Da allora hanno iniziato a capire che questo mondo delle barche era decisamente bello da esplorare. Dal 1990 fino al 2015 lo studio ha lavorato con il Gruppo Ferretti, una collaborazione che ci ha consentito di scrivere una pagina importante dello yacht design. È stato un rapporto lungo e sinergico.

Leggere Bruno Munari, per capire come guardare il mondo
C’è poi Bruno Munari, uno dei più grandi designer e artisti italiani. Vi porto un esempio del suo lavoro che per me vuol dire molto: l’Abitacolo. Credo sia una delle espressioni di design in assoluto più geniali che siano state mai fatte. Un “letto modulabile”, la creazione di un microcosmo tendenzialmente pensato per i bambini ma non solo. Un’espressione incredibilmente matura di design, presentata nel 1971, vincitore del Compasso d’oro nel 1977. Il progetto è stato riacquistato nel 2013 dalla Rexite ed è tutt’ora in produzione. È un racconto che si porta dietro tantissime interpretazioni. Di Munari leggetevi “Da cosa nasce cosa”, un libro che apre la mente non solo sulla progettazione delle barche, sul mondo, su come guardare il mondo. Ricordatevi che i nostri occhi sono fondamentali e Bruno Munari, oltre a dare una definizione di quello che può essere il corretto approccio al processo progettuale, spinge la mente alla creatività, alla voglia di sperimentare, di fare ricerca. E la ricerca è uno dei capisaldi della nostra vita, se vogliamo progettare dobbiamo dedicarci a lei, sempre e costantemente.

Nel 2015 il cambio di proprietà della Ferretti ha portato me e Martina improvvisamente in prima linea. Il cantiere ha voluto capire se i due figli d’arte fossero veramente in grado di poter fare questo lavoro. Siamo molto riconoscenti alla nuova Ferretti per averci dato questa possibilità, è stato il reale inizio del nostro percorso. Ed abbiamo dovuto affrontare un tema molto impegnativo, quello del restyling, come voi ora dovrete fare con Sanlorenzo SD112. Ferretti ci chiese di riprendere i disegni che avevano fatto i nostri genitori e ripensarli in chiave contemporanea, dimostrando di avere una nostra autonomia intellettuale. Modelli di partenza: Custom Line Navetta 33 e 37, Ferretti 550 e 850. Per comprendere il concetto di evoluzione basta osservare la differenza tra il Ferretti 800, disegnato da nostro padre e nostra madre nel 2008, e l’850 datato 2015. Un compito impegnativo ma noi per fortuna conoscevamo bene questi progetti, poiché abbiamo fatto più di 10 anni di gavetta all’interno dello studio per capire come fare questo mestiere.

Disegnare non basta, solo la costruzione dà valore al progetto
Un capitolo a parte della nostra storia riguarda Perini. Un’esperienza straordinaria, purtroppo sfortunata. Il cantiere è stato recentemente riacquistato da un grosso gruppo italiano, ma ai tempi del nostro coinvolgimento ebbe delle vicissitudini complesse e fu costretto al fallimento. Eravamo stati chiamati per il progetto di una gamma dai 55 ai 75 metri, a motore prendendo ispirazione dal lavoro che Philippe Briand aveva fatto negli anni precedenti con la linea Vitruvius. Avevamo fatto un progetto di tre barche sorelle dove l’attitudine era verso un interessante linguaggio velico. È stata una bellissima esperienza che purtroppo non ha visto un’evoluzione nella realizzazione delle barche e, confesso, ero anche molto in dubbio se raccontarvi di questo nostro episodio lavorativo. Disegnare non basta. Tra il progetto e la costruzione passa un mondo, un mondo di comprensione di quello che è il vero valore del progetto. Ora purtroppo viviamo in un momento fatto troppo di immagini, che tende all’effimero. Tanti sedicenti progettisti forniscono al mercato immagini, magari bellissime, ma che non vedranno mai la realizzazione di alcunché. Quello che vi sto dicendo lo capirete bene quando vedrete per la prima volta, nella realtà, qualcosa di progettato e poi fatto da voi. Per questo vi invito a costruire, costruire, anche cose molto piccole.

Cos’è una barca? Vediamo cosa dice la Treccani: Barca: s. f. Termine generico per indicare galleggianti di dimensioni limitate, con scafi di legno o di metallo, con propulsione a remi, a vela, meccanica, destinati al traffico portuale marittimo o a quello fluviale e lacustre, o anche trasportati o portati a rimorchio da navi mercantili; ricevono spesso denominazioni specifiche allusive al sistema di propulsione, al diverso impiego, oppure vengono designati con nomi particolari a seconda della forma o dei luoghi, forme o funzioni speciali…”. In realtà dice tutto e niente.

Vi do la mia di definizione: “La barca è un luogo, un contenitore di vita sicuro e in grado di muoversi sull’acqua”. “A place to be”. La barca non è una scultura intorno alla quale ci giri intorno, la guardi e dici quanto è bella. La barca è un contenitore di vita. I riferimenti imprescindibili a cui fare riferimento, secondo noi, sono personaggi come Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Mies van der Rohe. Maestri che hanno bisogno di poche presentazioni e che hanno influenzato in maniera profonda la mia formazione. Il Guggenheim Museum di New York di Wright è una delle espressioni “civili” più simile ad una barca che ci sia mai stata: è un oggetto, un edificio dove il rapporto tra esterni e interni è fortissimo. Annullare la distanza tra il dentro e il fuori è proprio uno degli obiettivi primari quando si progettano imbarcazioni. C’è poi Philip Johnson, è forse un po’ meno famoso ma è stato uno delle mie fonti di ispirazione più grandi. È stato uno dei grandi artefici del movimento moderno, era un genio assoluto, è colui a cui è accostato il concetto di eclettismo in architettura.

Poltrona Frau – Jacques-Yves.

Perché vi sto facendo vedere queste cose, citando queste persone? Il mio obiettivo oggi è far sì che, dopo questa lezione, voi abbiate voglia di scoprire che cosa dicevano questi signori quando parlavano di architettura, di spazio, di luogo da abitare, di casa, di progetto. Magari vi verrà voglia di andare in libreria a comprare un libro su Wright. Vi consiglio, di Bruno Zevi: “Saper vedere l’architettura”, è il primo libro di architettura che io ho letto, forse anche Martina. Ti apre la mente, propone l’approccio al progetto nel senso più ampio possibile. 

Sanlorenzo SP110 photo by ©Guillaume Plisson

Il Modulor di Le Corbusier ci porta alle differenze auto-barca, a come l’ergonomia, qui e lì, siano differenti. A questo proposito voglio sottoporvi una frase dell’architetto francese André Wogenscky, nel 2004 la pronunciò riferendosi agli insegnamenti proprio di Le Corbusier: «La mano disegna l’involucro. Con un tatto infinito, lo disegna intorno alla donna e all’uomo e ne avvolge la loro forma, la loro statura. E non li avvolge solo quando sono immobili, ma circonda i loro gesti, i loro movimenti, i loro atti. È membrana intorno a loro stessi, e ai bambini che creano e crescono […]; dalla vita interiore deriva la forma esterna». Che bella questa frase: “Dalla vita interiore deriva la forma esterna”. È una frase che mi guida e che chiedo alle persone con cui lavoro di non dimenticare mai.

Alcuni esempi di barche che hanno segnato la storia dello studio, Technema 65’, 52, 80 e 50 Open. Il Baglietto 46, disegnato nel 1984 per un emiro del Dubai, la prima barca in acciaio e alluminio che il nostro Studio progettò. Dal 1990 fino al 2015 lo studio ha lavorato con il Gruppo Ferretti. Tra le barche di quel periodo ci sono il Ferretti 80 del 1998, il Ferretti Yachts 880 del 2003, il Custom Line 97 del 2006, la Navetta 30 del 2004, il Bertram 630 del 2004, il Maestro 65 Apreamare del 2005, il CRN 54 del 2006 e il CRN 74 del 2016.

Detto questo, però, non voglio fare il funzionalista di turno, quello che dice che il design deve tendere solo dalla parte della funzione. A proposito del processo di ricerca che deve portare al giusto equilibrio tra forma e funzione, Philip Johnson diceva: «Preferirei dormire nella navata della Cattedrale di Chartres con il gabinetto più vicino a sei isolati di distanza piuttosto che in uno degli edifici di Harvard con il bagno al piano». L’architettura è anche emozione, è anche estetica.

Il Gruppo Ferretti nel 2015 ci chiese di riprendere i disegni che avevano fatto i nostri genitori e ripensarli in chiave contemporanea dimostrando di avere una nostra autonomia intellettuale. Modelli di partenza: Custom Line Navetta 33 e 37, Ferretti 550 e 850. Per comprendere il concetto di evoluzione basta osservare la differenza tra il Ferretti 800, disegnato da nostro padre e nostra madre nel 2008, e l’850 datato 2015.

L’automobile è la cosa più distante dalla barca in assoluto. La differenza fondamentale è che nell’auto si sta fermi, è stata pensata per stare seduti. Come può essere paragonata ad un luogo dove ci si alza, si cammina, si dorme e si mangia? L’approccio al progetto non potrà mai essere lo stesso.

Chiuderei questa prima parte della lezione parlando di cosa abbiamo fatto con Poltrona Frau, che ci fa ritornare al discorso aperto all’inizio su il Cucchiaio e la Città. La domanda che ci fecero quando ci contattarono, due anni fa, fu semplice: “Come pensate che possa essere interpretato con il design un divano per la nautica?”. Semplice ma impegnativa, soprattutto visto da dove arrivava. Ricordo che quando con Martina siamo andati alla sede di Poltrona Frau e abbiamo visto nel loro museo i nomi di tutti coloro che hanno disegnato per loro siamo rimasti pietrificati. Cosa ci siamo inventati? Apparentemente il nostro è un divano che si potrebbe vedere in qualunque salotto a Torino, Milano, Roma. In realtà ha un aspetto fondamentale, molto semplice, che risponde alla domanda “Qual è la prima necessità in termini di interior design sulle barche? Cosa distingue quest’ultimo da quello domestico?”. La risposta, per chi sa cosa vuol dire vivere a bordo, viene naturale: la costante e assoluta necessità di ricavare “storage”, spazio per riporre, nascondere oggetti, bagagli, stoviglie. Tutto. Il nostro divano ha grandi vani di contenimento sotto le sedute. Semplice. Gli armatori sulle loro barche vogliono gli stessi divani e gli stesi arredi che vedono negli showroom o al Salone del Mobile di Milano, ma hanno poi bisogno di volumi di stivaggio, ovunque. Un tempo tutto il mobilio nautico era fatto su misura, dalle falegnamerie dei cantieri o dai loro terzisti. Questo divano è la risposta ad una necessità. E il design nasce, sempre, per rispondere ad una necessità.

La barca è un contenitore di vita. I riferimenti imprescindibili a cui fare riferimento, secondo noi, sono personaggi come Le Corbusier, Frank Lloyd Wright, Mies van der Rohe e Philip Johnson.

(Martina e Bernardo Zuccon, dal cucchiaio alla città – Barchemagazine.com – Settembre 2023)