Overmarine Group – Vincere le sfide

Quarant’anni di luminosa attività all’insegna di performance, rivoluzioni ed eccellenza tecnica. È il Dna di Mangusta, il brand della famiglia Balducci, che dal 1985 scrive delle belle pagine della nautica internazionale formato Maxi Open, ma anche Oceano e GranSport

by Olimpia de Casa and Francesco Michienzi

Quello che segue è il racconto di una delle aziende familiari espressione di una progettualità nata, coltivata e sviluppata con determinazione, coraggio, spirito imprenditoriale e, non ultimo, grandi dosi di innovazione e capacità costruttive. In Mangusta, il brand del Gruppo Overmarine fondato a metà Anni ’80 da Giuseppe Balducci, piano semantico e concettuale vanno infatti di pari passo da quarant’anni di onorata attività. È quanto emerge ripercorrendo con Maurizio Balducci i capitoli di una produzione made in Viareggio capace di conquistare puntualmente il mercato internazionale grazie a un prodotto altamente performante sotto il profilo ingegneristico e tecnico e altrettanto apprezzato per la qualità manifestata in relazione alle linee e alla funzionalità e sicurezza degli spazi di bordo. 

Mangusta 165REV

Quella di Overmarine è d’altronde la storia di un cantiere che ha sempre voluto e saputo differenziarsi, scegliendo di intraprendere la rotta del concepito e realizzato in-house senza cedere a condizionamenti esterni né a logiche legate a facili conformismi o compromessi di sorta. Ogni esemplare varato è stato regolarmente studiato e realizzato per essere immediatamente riconoscibile e diverso da quanto già proposto dal mercato. 

Overmarine Group

Maurizio and Katia Balducci. Photo credit by Giovanni Malgarini.

«La cosa che mi ha dato più soddisfazione e mi ha più inorgoglita è che, nonostante siamo cresciuti negli anni, diventando un Gruppo importante, il valore di famiglia e di rispetto fra noi e le maestranze è sempre rimasto ben saldo. Altro motivo di orgoglio il lancio del 165 Rev, che è un restyling evoluto di una linea del passato in cui siamo riusciti ad avere l’occhio di immaginarlo in mare». Katia Balducci

L’obiettivo, sia chiaro, non è mai stato lo stupire fine a sé stesso, quanto realizzare imbarcazioni che rappresentassero ogni volta lo stato dell’arte raggiungibile dall’industria nautica e dalle competenze e abilità sviluppate da un gruppo saldo e coeso nel rendere massima la qualità intrinseca e percepita. Non senza osare e, spesso, con una capacità di guardare lontano, quando non oltre, che in pochi hanno. Il segreto? “L’interesse e l’ambizione di riuscire a costruire esattamente le unità che avevamo in mente. Lo abbiamo sempre fatto con la passione e l’entusiasmo che derivano dal voler studiare e adottare il sistema di propulsione a nostro avviso più adatto alle performance attese dal singolo modello, dalle navi veloci, che hanno raggiunto risultati eccellenti sia con le eliche di superficie, sia con le turbine e gli idrogetti, alle unità in metallo, di cui il 54 metri El Leon (primo modello dei Fast Displacement GranSport, ndr) è stato, nel 2018, apripista illustre”, racconta Maurizio Balducci. “Non nego che quando, a tre mesi dalla consegna, l’armatore ci comunicò di essere in procinto di salpare per il giro del mondo, una certa preoccupazione la nutrimmo. Era del resto per noi il primo modello in alluminio costruito. In realtà quell’esperienza di navigazione molto impegnativa e durata due anni andò molto bene”.

Mangusta Oceano 39

Fin dagli inizi, la famiglia Balducci si è concentrata nelle attività di ricerca e sviluppo dedicate alla costruzione di grandi scafi in composito; yacht con doti strutturali adeguate a spingerli ad alta velocità in assoluta sicurezza e sempre nel massimo comfort.

Qual è stato il suo primo impegno in assoluto nel cantiere di famiglia? Seguire la costruzione del 65 Open, la seconda imbarcazione realizzata. Fu un’esperienza unica, perché per quell’unità di 18 metri molto tonda ci rivolgemmo ai modellisti della Fiat con cui realizzammo il modello in scagliola, materiale con cui venivano modellate le auto del Centro Stile. A quell’impegno seguì lo sviluppo dell’80 Open.

Qual è stato il momento in cui ha sentito di poter dare un contributo concreto? Sin dal mio ingresso e questo perché all’epoca eravamo veramente pochi. Si doveva fare un po’ tutto, dalla revisione dei disegni che ci arrivavano dai progettisti esterni alla loro stampa per portarli in cantiere e spiegarli alle maestranze, dall’accoglienza dei clienti all’organizzazione dei trasporti.

Mangusta Oceano 44

Mangusta Oceano è la linea delle navi dislocanti da 39 a 52 metri, che esprimono doti di efficienza molto elevate e grandi spazi interni ed esterni con un’autonomia fino a 5.000 miglia.

Che rapporto aveva con suo padre in quel periodo? C’è sempre stato un buon rapporto e questo nonostante avessimo modi di fare molto diversi. Mi diede fiducia. All’epoca Overmarine era per noi il “giochino di famiglia”, avendo come principali aziende Effebi, che faceva stampaggio di vetroresina, ed Elettromare, che realizzava impianti elettrici. Dal momento che entrambe lavoravano molto con tutti i cantieri del viareggino, mio padre non si è mai voluto occupare troppo del cantiere. Avrebbe significato entrare in diretta concorrenza con gli altri.

A che età è avvenuto il suo ingresso? A 16 anni, lavorando l’estate e a 22 a tempo pieno.

Una grande responsabilità… Indubbiamente, anche se in quel momento non avevo questa percezione, forse per via dell’incoscienza di gioventù. Partivo tuttavia per un’esperienza nuova, per una realtà che si stava creando e questo comportava soltanto la voglia di fare imbarcazioni sempre più grandi e più belle. In questo senso il Mangusta 80 ha rappresentato veramente una sfida: era un open di 24 metri che a quei tempi, per buona parte dei competitors, non avrebbe avuto senso realizzare in quanto probabilmente fuori mercato. Particolarmente entusiasmante fu anche la fase di progettazione, realizzata a quattro mani con Stefano Righini. C’era la voglia di costruire una barca aperta che superasse i limiti raggiunti sino a quel momento, con altezze e spazi interni che dovevano quindi essere identici a quelli dei cruiser del tempo e, soprattutto, con un salone di 3,80 metri per l’intera larghezza della barca, che scegliemmo di realizzare sacrificando una cabina. Lo spazio di quel living fu la cosa che, insieme all’estetica generale, più colpì i nostri clienti sin dal lancio ufficiale.

L’esperienza nella lavorazione dei compositi di grandi dimensioni ha permesso, negli anni, di ottenere risultati sempre più importanti. Questo anche grazie alla presenza all’interno del Gruppo Overmarine dell’azienda Effebi, anch’essa di proprietà della famiglia Balducci, specializzata nella produzione di mezzi militari in composito, per i quali velocità e robustezza strutturale sono elementi fondamentali.

Come vi ponevate rispetto ai competitor viareggini di allora? La competizione è sempre esistita, ma la volontà di realizzare imbarcazioni che all’epoca pochi facevano ci ha consentito, dal punto di vista del prodotto, di restare fuori dai giochi e di lavorare serenamente con il conforto che arrivava dalla forza commerciale del Gruppo Rodriguez che si occupava della vendita di tutte le nostre imbarcazioni.

La prima svolta? La consegna, nel 1992, del Mangusta 80, modello che ebbe immediato successo e incredibile visibilità in tutto il mondo. La produzione, con il varo negli anni di 75 esemplari, andò avanti con diversi restyling sino al 2018. Nessun altro cantiere è riuscito a fare un’imbarcazione con quelle prestazioni e quell’abbinamento di spazi e volumi. Altro punto fermo importante, soprattutto sotto il profilo tecnico, fu la realizzazione, nel 1995, del Mangusta 105, primo yacht (capace di 50 nodi) con propulsione a due idrogetti, booster centrale e una turbina rigenerata. Nel 2000 il nuovo passaggio significativo lato tecnico ed estetico è segnato dal lancio del Mangusta 108, la prima imbarcazione “chiusa”, pur afferente alla storica gamma open: un bel coupé che ha dato origine alle imbarcazioni più piccole e più grandi. Quella linea è stata infatti replicata nel 92 e 72 piedi e, a salire, nei 130 e 165.

A chi si deve l’architettura navale? Quella delle prime imbarcazioni era di Andrea Bacigalupo. Poi, a partire dal 1995, abbiamo iniziato a occuparcene in casa, a seguito dell’ingresso in azienda dell’Ing. Nicola Onori, che ha contribuito in maniera determinante alla crescita del nostro cantiere.

Fronte design, come vi siete mossi? Con Stefano Righini abbiamo lavorato per venticinque anni. Più in generale abbiamo sempre cercato di avviare collaborazioni a lungo termine. È ad esempio il caso di Alberto Mancini, con cui ci relazioniamo con successo dal 2012. Quando ci approcciamo a un nuovo designer, come è stato nel caso di Igor Lobanov, tendiamo sempre ad avvalerci di protagonisti giovani o che comunque non abbiano esperienze pregresse in taglie simili. 

Attualmente sono in costruzione 26 navi di dimensioni comprese tra i 32 e di 54 metri di lunghezza. A livello mondiale Overmarine Group occupa il sesto posto nella classifica dei principali cantieri nautici.

Su queste dimensioni, l’apporto dell’armatore è fondamentale e spesso le richieste sono molto particolari e diverse. Come riuscite a far fronte alle esigenze specifiche? Quando disegniamo un nuovo modello lo facciamo internamente avendo l’accortezza di considerare bisogni e aspettative in modo da realizzare un’imbarcazione che contempli possibilità di configurazione differenti. È il caso delle 12 soluzioni di layout previste con l’ultimo progetto, quello del Mangusta Oceano 52. Trattandosi di semi custom, pur ascoltando tutti, vogliamo decidere la nostra linea.

Il gruppo Overmarine impiega 198 dipendenti e 500 collaboratori esterni ed ha una capacità produttiva che si estende su 210.000 m² in 10 stabilimenti tra Viareggio, Massa e Pisa, quest’ultima oggetto di un recente ampliamento che ne ha raddoppiato gli spazi produttivi.

Mangusta GranSport El Leon

La linea Mangusta GranSport è basata sulla piattaforma navale “fast displacement”, con yacht da 33 a 67 metri capaci di esprimere prestazioni elevate in regime di navigazione dislocante, ma che possono spingersi fino a velocità superiori garantendo al contempo stile e comfort assoluti.

La vostra storia coincide con quella della nautica moderna, che ha attraversato ciclicamente fasi di crisi, di rinascita, di ripresa. Come le avete affrontate? Con la tranquillità data dall’aver sempre investito gli utili in azienda. Questo ci ha consentito di vivere i momenti bui con la solidità economica costruita inseguendo da sempre una crescita sana e organica. Nei momenti di rallentamento delle richieste, che possono comunque servire da stimolo per pensare a realizzare cose diverse, le barche che si continuano a costruire e a vendere sono unicamente quelle che si distinguono per gli alti contenuti innovativi e di valore.

Katia Balducci – photo credit by Giovanni Malgarini.

«I valori che hanno sempre caratterizzato la nostra azienda e che ci sono stati trasmessi da nostro padre sono rimasti gli stessi, quali il rispetto per le persone che lavorano per noi come parte di una grande famiglia (la famiglia Mangusta), e l’obiettivo di mantenere alta la qualità e la bellezza delle nostre imbarcazioni per poter soddisfare i desideri dei nostri clienti».

Ogni fase evolutiva permette inevitabilmente di soffermarsi su quello che è diventato o potrebbe diventare il prodotto barca. Da questo punto di vista come vi muovete? Proponendo soluzioni uniche e rigorosamente innovative, diverse da quanto già visto. È quanto avvenuto ad esempio in occasione del primo 42 metri in acciaio e alluminio della linea Long Range. Il Mangusta Oceano 42 disegnato da Alberto Mancini proponeva infatti soluzioni, quali la beach area di poppa o il gioco di vetrate e trasparenze trasversali, allora inedite in quella fascia dimensionale.

Mangusta 104REV

Tutte le navi Mangusta possono essere alimentate con carburanti ecologici HVO e negli ultimi dieci anni, grazie ad un’ottimizzazione dei sistemi propulsivi, delle carene, alla riduzione dei pesi, i consumi alla velocità di crociera sono stati ridotti di circa un 30%.

Quali sono stati i momenti più brutti della storia del cantiere che ha dovuto affrontare? Il più complicato è stato quello della crisi del 2010, che per noi ha coinciso anche con la crisi di Rodriguez. Quindi, oltre a dover gestire una recessione mondiale, abbiamo anche dovuto strutturarci per far fronte alla parte commerciale, sino a quel momento a noi estranea, per iniziare a commercializzare le nostre imbarcazioni.

Un impegno assunto in prima persona? Con l’ausilio, che prudentemente avevamo ipotizzato necessario già da qualche tempo, di una persona assunta per prepararla al possibile cambiamento.

Come si è sentito quando ha capito che era un impegno alla portata? Rendersi conto che costruttori storici come noi, quali ci siamo sempre considerati, potevano gestire anche il comparto vendite era l’ultima cosa che pensavo di poter e voler fare in cantiere.

Però, chi meglio di lei poteva conoscere le sue barche? Questo è vero. Così come è assodato che la maggior parte dei nostri clienti è rappresentato da armatori esperti, che si rivolgono a Overmarine perché in qualche modo già ci conoscono e desiderano approfondire nel dettaglio gli atout delle nostre imbarcazioni.

Maurizio Balducci – photo credit by Giovanni Malgarini.

«Lavoriamo molto sulla definizione del progetto, che desideriamo vagliare e concordare insieme in ogni singola modifica. È un approccio che può anche allungare i tempi dedicati a questa fase, ma che a noi piace affrontare in questo modo».

Il risultato che le ha dato maggior soddisfazione? Ne ricordo diversi. Cito sicuramente il Mangusta 80, imbarcazione cui credevamo moltissimo nonostante lo scetticismo iniziale nutrito da molti, ma pure l’ingresso nel mondo del metallo, che ci ha permesso di esprimere la nostra propensione a innovare anche in questo segmento specifico.

Com’è il rapporto con sua sorella? Direi ottimo. Siamo accomunati dal rispetto che abbiamo nei confronti dei singoli campi di competenza e, conseguentemente, delle decisioni che ognuno di noi assume. Katia, in particolare, segue maggiormente la parte amministrativa, quella legata allo stampaggio e al militare.

Come vede i prossimi dieci anni? Per Overmarine ci sono ottime possibilità di sviluppare nuove idee e di realizzare progetti interessanti. Sicuramente assisteremo all’ingresso in azienda della terza generazione, in parte già iniziata, che porterà quattro giovani ragazze a capire con cognizione di causa quale sarà il loro contributo personale e professionale alla crescita del cantiere di famiglia. Oggi, anno in cui festeggiamo i nostri primi quaranta di attività ininterrotta, siamo una realtà di 198 persone, delle quali il 20 per cento lavora con noi da più di quattro lustri. Sono professionisti validi ed esperti che potrebbero trovare tranquillamente altri sbocchi e che restano invece attaccati all’azienda, trasmettendo in diversi casi la passione e il loro sentimento di appartenenza anche ai loro figli, che li stanno seguendo in cantiere. È una dinamica che, insieme all’affiatamento che contraddistingue il nostro team, inorgoglisce non poco.

Mangusta 165REV

Mangusta Maxi Open è la linea composta dai modelli della tradizione Mangusta, evoluta nel tempo per essere una barca mediterranea classica, dai contenuti sempre d’avanguardia. Elevate prestazioni e tecnologia avanzata per garantire livelli di comfort senza compromessi. La gamma si compone di yacht veloci  da 104 a 220 piedi.

All’ultima domanda, più intima, il ricordo più bello che ha di suo padre? Maurizio Balducci si commuove visibilmente, offrendo comunque con generosità la sua risposta: È l’immagine che ho di lui nel giorno in cui consegnammo il 65 Open, l’imbarcazione che tanto aveva voluto. Portava la firma di Michael Robinson, designer esperto in ambito automotive, ed era quella che, partendo dal modello in scagliola, realizzammo spingendo forse sin troppo, per il periodo, sul pedale dell’innovazione. Ho davanti agli occhi questo fermo immagine di papà insieme a Rodriguez alla partenza della barca per Cannes. Quel giorno l’ho visto davvero felice.

Mangusta GranSport 45

Mangusta Oceano 50

Durante i suoi 40 anni di storia, Overmarine ha costruito più di 320 navi di cui oltre 130 con propulsione ad idrogetti e circa 20 in metallo.

Katia Balducci, quali sono stati i momenti salienti e i suoi ricordi più significativi degli inizi? Uno dei ricordi più vividi che ho dell’inizio della mia avventura in Overmarine, riguarda l’aver seguito i primi Mangusta 80 dalla “nascita” dai manichini in legno, avendo una divisione aziendale dedicata agli stampi in vetroresina, fino a vederne il prodotto finito. Negli Anni ’90, quando sono entrata in azienda, il Mangusta 80 era un modello di grande successo che poi è stato declinato, negli anni a seguire, in modelli più piccoli e più grandi, fino a giungere al Mangusta 165. Osservare la cura nello studiare minuziosamente le linee e i volumi per creare yacht riconoscibili e dotati di un deciso carattere, è ciò che ancora oggi guida le nostre scelte anche nella produzione delle navi in metallo.

Nel 2012 viene inaugurato nella Darsena Pisana il sito produttivo
per la realizzazione delle nuove linee di yacht in metallo Mangusta Oceanoe Mangusta GranSport. Un cantiere che si sviluppa
su una superficie  di 22.000 metri quadrati che consente
di costruire più unità in contemporanea. Nel 2024 il sito
è stato ampliato fino a 44.000 metri quadrati.

photo credit courtesy by Overmarine,
Emilio Bianchi, Giovanni Malgarini, Merlofotografia and Nicola Ughi.

(Overmarine Group – Vincere le sfide – Barchemagazine.com – Tratto da Barche, Settembre 2025)