Sustainability Yachting – A common benchmark

Vienna Eleuteri, antropologa e scienziata ambientale, ha una missione precisa: mettere a terra progetti concreti per lo yachting su base scientifica al fine di preservare la salute di un organismo vivente, il mare

by Chiara Risolo

     Capita raramente di incontrare qualcuno che si chiami Vienna. È un nome insolito per una persona.

     Eppure, bastano pochi scambi di battute per comprendere quanto sia calzante. Della splendida città europea, la signora mutua il proverbiale pragmatismo, l’ordine e il rigore. Curioso anche il cognome, Eleuteri. Chiunque abbia fatto studi classici avrà colto un suono familiare: eleutheria. È una parola greca, significa libertà. Bene. Vienna Eleuteri, antropologa e scienziata in materia di sostenibilità, è tutto questo, o meglio, anche questo. A suggerirlo è l’inappuntabile preparazione accademica unitamente a un sopraffino pensiero critico, libero per l’appunto. Un pensiero cesellato sul campo della ricerca, urgente e necessario, per ottenere risposte concrete a una sola domanda: “Che cosa possiamo davvero fare per aiutare l’ambiente?”. È un interrogativo enorme che spesso strizza l’occhio al qualunquismo: paroloni inconcludenti giusto per strappare un applauso e/o giustificare il gettone di presenza in qualche dibattito. 

// «Il mare, per molti di noi, è prima di tutto un INCONTRO: una luce che cambia, un silenzio che mette ordine dentro. È un organismo che respira nelle correnti, custodisce memoria nel sale, costruisce il nostro clima. E ci ricorda UNA VERITÀ essenziale: la vita non è una somma di parti, ma una relazione». //

     Vienna non ci sta. Intervistata da Barche, ha indicato una nuova strada possibile che, nel caso di specie, riguarda la sostenibilità nello yachting. “Per anni, in questo settore, la parola sostenibilità ha rischiato di restare una promessa pronunciata in molte lingue diverse: iniziative isolate, dichiarazioni, buone intenzioni. Mancava ciò che rende una transizione credibile, una grammatica comune. Un metodo condiviso, scientifico, replicabile. Senza metodo la sostenibilità resta un’aspirazione, con, invece, diventa responsabilità”, afferma la scienziata.

     “Lo scorso 3 febbraio qualcosa è cambiato. Con l’approvazione della ISO/TS 23099, specifica tecnica che introduce un metodo standard per misurare e confrontare il reale impatto ambientale dei superyacht, la sostenibilità ha finalmente una chiave di lettura che non lascia spazio a interpretazioni dell’ultima ora”, prosegue. Nella visione di Vienna, però, la metrica non è il fine, piuttosto l’inizio “perché misurare davvero i propri impatti, in modo olistico e sistemico, non serve solo a ridurre il danno. Serve a scegliere una rotta diversa per andare oltre il net-zero e navigare verso ciò che oggi chiamiamo nature positive”, puntualizza.

// «Il mio percorso è multidisciplinare, ma l’antropologia resta la mia chiave di lettura privilegiata: mi ha insegnato a VEDERE i sistemi non come somme di parti, ma come reti di relazioni, tra persone, economie, culture, ecosistemi. Tutto si muove INSIEME e nulla vive da solo».  //

     Ed è in quest’ottica che entra in gioco Ocean Assist, in ordine di tempo l’ultimo dei programmi con cui Eleuteri accompagna e accelera la trasformazione del settore. Si tratta di un percorso lungo, coerente e lungimirante, portato avanti con ostinazione scientifica e amore per il mare. Il progetto nasce da un’intuizione semplice e radicale: “Fare in modo che le metriche non restino soltanto numeri, ma diventino contributi ambientali quantificabili e comparabili, capaci di orientare gli investimenti in ecosistemi di blue carbon e di attivare un moltiplicatore reale, climatico, ecologico, sociale ed economico”, sottolinea. In questa pervicace opera virtuosa ha svolto un ruolo centrale anche la Water Revolution Foundation. Approfondiamo allora, entrando nella testa di una vera scienziata, fatto che, già di per sé, a prescindere dal tema, è un bellissimo viaggio.

La foto si riferisce alla terza edizione, ospitata a Lerici da Sanlorenzo, dove è stata siglata la Roadmap 2050 per lo Yachting Rigenerativo.

La Water Revolution Foundation è un’organizzazione no profit che lavora per una nautica più sostenibile, garantendo trasparenza e rigore scientifico nello sviluppo dei propri programmi. “La Fondazione è nata per accelerare la creazione di un ecosistema trasformativo, capace di portare la scienza della sostenibilità al cuore di un’industria strategica che, per sua natura, ha una relazione speciale con il mare. Non un progetto isolato, ma un luogo di convergenza, dove cantieri, designer, supply chain, ricerca, media e istituzioni potessero smettere di muoversi in parallelo e iniziare a riconoscersi in una direzione comune. Ho avuto l’onore – e il piacere autentico – di vedere questo obiettivo condiviso da persone che considero ‘rivoluzionarie’ nel senso migliore del termine: Henk de Vries, Peter Lürßen, Philippe Briand, Martin Redmayne e Robert van Tol, co-fondatori e, soprattutto, compagni di viaggio appassionati, capaci di trasformare una visione in un percorso collettivo. Anche Sanlorenzo è partner della Water Revolution Foundation e Massimo Perotti è stato personalmente interessato e coinvolto nel Business Leaders Event che organizziamo ogni anno. In fondo, la missione è rimasta sempre la stessa, rendere il settore fit for the future. Non ‘più sostenibile’ come slogan, ma più maturo, più responsabile, più capace di misurare e quindi di scegliere, con lucidità, come stare dentro il mare senza impoverire ciò che lo rende vivo”.

// Eleuteri è stata premiata nel 2024 Trailblazer of the Year
in occasione degli Women’s Yachting Awards
ed è DONNA DI ECCELLENZA, riconoscimento istituzionale conferitole nel 2025 dal Senato della Repubblica Italiana. //

     Lei lavora in Arabia Saudita dove collabora con l’ente governativo Saudi Red Sea Authority. Esattamente di che cosa si occupa? La Saudi Red Sea Authority guida la regolazione e lo sviluppo del turismo marittimo sul Mar Rosso; io, il percorso di definizione della futura Maritime Tourism Law, con l’obiettivo di contribuire a un quadro normativo che non guardi solo alla crescita del settore, ma anche alla sua capacità di generare equilibrio, qualità e valore nel tempo. La sfida è costruire un modello che tenga insieme sostenibilità, sicurezza, governance e visione rigenerativa sin dall’origine. Non un intervento correttivo a valle, ma uno sviluppo ben pensato fin dall’inizio. In questo senso, il Mar Rosso saudita rappresenta oggi un laboratorio particolarmente significativo, dove la misurazione può diventare policy e la policy può diventare direzione consapevole.

     Perché ha messo cuore, tempo ed energie proprio nello yachting? Ho sempre amato la barca a vela. Mi ha insegnato che il mare non si conquista, si ascolta. Ma, oltre alla dimensione romantica, il mio ingresso nello yachting è nato da una domanda concreta: “Com’era possibile che un’industria così avanzata e vicina al mare non avesse ancora un metodo condiviso per misurare davvero i propri impatti ambientali? È anche da questo interrogativo che ho scelto di assumere un ruolo allora nuovo per l’industria, diventando nel 2010 la prima sustainability manager del settore, con un proposito chiaro, ovvero portare nello yachting strumenti scientifici.

     Che cosa intende quando afferma che le metriche non sono soltanto numeri? Le metriche consolidate sono strumenti scientifici che permettono di definire profili operativi, rendere comparabili le prestazioni e gli impatti, e superare approcci riduttivi. Prima molte dimensioni restavano nel qualitativo, oggi diventano misurabili e confrontabili. E questo è il punto: quando l’impatto diventa leggibile, diventa anche responsabilità. Bisogna smettere di guardare un singolo punto, un numero “comodo”, e iniziare a vedere l’insieme.

// «Per me l’acqua è un criterio ETICO prima ancora che tecnico:
è il confine tra l’arroganza e l’appartenenza. È la
lezione più semplice
e più difficile: imparare a
PROSPERARE senza impoverire
la vita che ci sostiene». //

     Quando un’imbarcazione può definirsi davvero sostenibile? Oggi più che mai siamo chiamati ad essere attenti alle parole: “sostenibile” non è un’etichetta assoluta. È un percorso dimostrabile. Uno yacht è credibile quando misura le proprie performance con un metodo condiviso, quando riduce gli impatti sul profilo reale d’uso e quando rende trasparenti dati e scelte. ISO/TS 23099, in questo senso, non misura quanto uno yacht sia verde, ma come performa rispetto a un riferimento comune, supportando decisioni più informate dalla progettazione alla policy. E oggi, aggiungo, dobbiamo andare oltre: non basta “fare meno male”. Dobbiamo imparare a contribuire al sistema vivente mare.

      Un voto alla cantieristica italiana e uno a quella internazionale, ovviamente in materia di sostenibilità. Alla prima darei un 8, per capacità progettuale, cultura della qualità e una sensibilità crescente sul tema. Alla seconda 7 e mezzo: ci sono eccellenze enormi, ma ancora disomogeneità nell’adozione sistemica degli strumenti. Il salto vero, però, non è solo tecnologico: è culturale. Bisogna passare da iniziative puntuali a un linguaggio condiviso, dal massimo sforzo al metodo.

     Se invece dovesse dare un voto alla cura che l’umanità ha del mare in senso più ampio, quale sarebbe? Direi 6. Se allarghiamo lo sguardo al mare come sistema vivente, siamo ancora lontani dalla normalità. Ci sono segnali incoraggianti: il Trattato sull’Alto Mare (BBNJ / High Seas Treaty) ha raggiunto la soglia delle 60 ratifiche il 19 settembre 2025 ed è entrato in vigore il 17 gennaio 2026.

     Water Revolution Foundation. Che cos’è e di che cosa si occupa nello specifico? È stata fondata nel 2018 da un’esigenza molto concreta, quasi inevitabile, ovvero condividere con l’intero settore yachting un modello scientifico che avevo sviluppato negli anni precedenti e che nel 2015 è stato riconosciuto in ambito ONU e UNESCO-IOC come Blue Solution. Quella validazione, per me, non era un traguardo da custodire, piuttosto un invito ad aprire, a mettere a disposizione, a costruire una scala internazionale.

«Il Trattato sull’Alto Mare (BBNJ / High Seas Treaty) ha raggiunto la soglia delle 60 ratifiche il 19 settembre 2025 ed è entrato in vigore il 17 gennaio 2026. Una notizia storica, perché introduce finalmente regole più robuste dove prima c’era soprattutto vuoto, nelle aree oltre la giurisdizione nazionale. Eppure, la distanza tra tutela e rigenerazione resta enorme: siamo ancora ben sotto il 30% di oceano protetto (intorno al 9-10% secondo diversi tracker) e questo significa che la protezione – pur crescendo – non è ancora “scala”. Intanto, il mare continua a dirci la verità con il suo linguaggio più duro: il contenuto di calore dell’oceano ha toccato nuovi record, e la WMO ricorda che circa il 90% del calore in eccesso del riscaldamento globale finisce proprio in mare. È qui che capiamo che non basta “fare meno male”. Serve un salto: portare a terra, davvero, un’azione di rigenerazione del sistema più importante del pianeta. Il mio sogno è che un’industria strategica e visibile come la nautica possa mostrare la via, non solo misurando con rigore i propri impatti negativi in modo olistico e sistemico, ma dimostrando che da quella consapevolezza può nascere una rotta nuova».  Vienna Eleuteri 

     Quali sono gli step che seguiranno all’approvazione ISO/TS 23099? L’approvazione è l’inizio. Ora si tratta di integrare lo standard nei processi reali: progettazione, refit, operatività, policy. E farlo diventare un riferimento che abilita comparabilità, trasparenza e scelte informate. Ma c’è anche un passo in più, quello che per me è decisivo: collegare la misurazione alla rigenerazione. Se capisco i miei impatti, posso scegliere anche come restituire valore al sistema vivente mare. Net-zero è una soglia. Nature positive è una direzione. E quando questa direzione si traduce in azioni che migliorano lo stato degli ecosistemi, allora parliamo davvero di rigenerazione. In questo senso, il contesto saudita rappresenta un laboratorio avanzato: il lavoro avviato tramite l’ente governativo Saudi Red Sea Authority è considerato tra i contesti più avanzati di applicazione, rafforzando il ruolo dell’Arabia Saudita nell’adozione di approcci scientifici alla sostenibilità nel settore. Il framework a cui sto lavorando ha l’obiettivo di creare il primo modello di economia blu rigenerativa.

     Acqua, oltre a essere materia di studio, che cosa rappresenta per lei? L’acqua è vita, è relazione. È il primo luogo in cui la vita ha imparato a esistere, ed è ancora oggi il suo grande sistema di supporto: regola il clima, custodisce biodiversità, nutre le coste, dà equilibrio alle comunità umane anche quando non ce ne accorgiamo. Quando diciamo “mare”, in realtà stiamo nominando un’infrastruttura vivente che rende possibile tutto il resto. Per questo mi colpisce sempre la parola risorsa: sembra dire “qualcosa da prendere”. Ma l’acqua non è “qualcosa”. È qualcuno, in un certo senso: un organismo collettivo fatto di correnti, specie, habitat, cicli invisibili. E noi non siamo esterni a questo organismo. Siamo cellule temporanee della stessa rete. Quando lo capisci, cambia anche la domanda. Non è più: “Quanto possiamo usare?”. Diventa: “Che cosa possiamo restituire?”. E qui la sostenibilità smette di essere gestione del danno e diventa un patto. Non per idealismo, ma per realismo, perché senza oceano sano non esiste economia blu, non esiste turismo costiero, non esiste futuro climatico stabile. E neppure esiste quel “verde” che immaginiamo sulla terra.

(Sustainability Yachting – A common benchmark – Barchemagazine.com – Tratto da Barche, Maggio 2026)