Tra Portofino e la Costa Azzurra, il ritratto intimo di chi ha scelto una barca come estensione della propria idea di tempo e di bellezza. “Non cercavo una barca, cercavo una poesia”: racconto di un armatore Mussini
by Marco Negri – photo by Oliver Astrologo
Marco Benadì non ha bisogno di molte parole per spiegare perché, tra tante barche possibili, ha scelto proprio un Mussini. La sua voce arriva dal mare, letteralmente: ormeggiato in Costa Azzurra, ci parla mentre tiene una mano sul timone della sua Corvetta 24. Una delle barche più piccole del porto, eppure, racconta con un mezzo sorriso, la più ammirata. Dove tutto sembra spingere verso velocità, ostentazione e gigantismo, c’è chi cerca qualcosa di diverso. Qualcosa che non si misura in piedi, cavalli o accessori, ma in silenzio, nel legno caldo sotto i piedi, nella lentezza scelta e voluta.
L’identità di Mussini non si può ridurre a uno slogan.È una combinazione delicata di artigianalità, discrezione, design sempre contemporaneo e intimità con il mare. Proprio per questo, raccontarla non è semplice. Non si può “vendere” come si fa con un’opzione di catalogo. Va narrata. Va fatta intuire.
«Non pensavo mai di trovare una persona che amasse Mussini più di me; invece l’ho trovata in Marco. Lavorare con lui mi ha fatto vedere la nostra storia da un’altra prospettiva: la passione di chi la vive ogni giorno dal mare, e non solo nel cantiere». Gaetano Mussini
La sua barca non è un oggetto, è un’estensione della sua idea di bellezza e libertà. E quella frase: “Cercavo una poesia” è il cuore di questa storia. Perché ci sono barche che si comprano e basta e altre, più rare, che si scelgono con la pelle, con il cuore, e che, una volta salito a bordo, non ti lasciano più. C’è chi possiede una barca e chi la vive. Per Marco, la differenza è sottile ma fondamentale. La sua barca non è qualcosa da sfoggiare: è una presenza, quasi familiare. “È come un orologio che porto al polso: non mi misura i passi, ma dà un senso profondo al tempo”, racconta. In questo caso c’è qualcosa in più: un senso di protezione, quasi di gelosia, per ogni curva in mogano, ogni dettaglio in teak. “In un mondo di barche che sembrano tutte uguali, cercavo qualcosa che avesse un’anima”, ci spiega Marco Benadì.
La sfida, ora, è portare questo racconto oltre il Tigullio: verso la Sardegna, le Baleari, le Eolie, la Grecia. E non per esportare un prodotto, ma per far arrivare una visione del navigare. Una visione che parla a chi sa ascoltare, a chi sceglie lentamente, a chi non ha bisogno di essere convinto ma solo raggiunto.
È il legno che respira, che si scalda al sole e che cambia leggermente di colore col tempo, come una pelle viva. È il suono attutito delle onde sulla carena, senza fronzoli né rumori superflui. È il piacere del silenzio, della navigazione lenta, che invita a guardare il mare, non a corrergli sopra. “È una barca che non assomiglia a nessun’altra, e questo la rende speciale”, racconta Marco, con un orgoglio che ha il sapore della discrezione. Il legno, mogano e teak è la sua materia preferita. Lo definisce “vivo” perché va curato, perché muta, perché racconta storie di mare e di mani che lo hanno levigato con pazienza.
In Costa Azzurra, dove yacht e megayacht affollano ogni banchina, capita che una segretaria della capitaneria sorrida e dica a Marco: “È arrivato il proprietario della barca più bella del porto”. E quella barca è il suo Mussini.
Quella di Marco Benadì non è soltanto l’esperienza
di un armatore. È una dichiarazione d’amore per un modo diverso
di vivere il mare, fatto di tempo, cura, materia viva e libertà personale. È la testimonianza di quanto una barca,
se è quella giusta, possa diventare parte di te.
Ogni barca ha una storia. Ma alcune, più di altre, sembrano raccontarla da sole. La Corvetta di Marco ne custodisce una che meriterebbe un romanzo. Prima di diventare sua, apparteneva a una nobildonna milanese, ottantenne e riservata, che la usava per andare a fare il bagno, accompagnata dal suo marinaio, vestito di bianco. “Lavava le pesche nel lavello di bordo e sorseggiava il suo vino rosé guardando il mare”, ricorda Marco. Per convincerla a venderla, ci sono voluti mesi di “corte”. Quella barca, per lei, non era in vendita. E non lo sarebbe stata per chiunque. Ma Marco, con quella pazienza, ha saputo aspettare. Da quel momento, la barca ha cambiato padrone, ma non ha perso la sua voce. “Il mio lusso? Nessuna notifica, mio figlio a bordo, dieci nodi e silenzio”. Nessuna fretta di arrivare. Perché il viaggio, qui, è già la destinazione. È una scelta di stile, una consapevolezza: vivere la barca come spazio interiore, non come strumento. Come luogo dove sentirsi liberi, anche solo per qualche ora.
(Marco Benadì – Cercavo una poesia – Barchemagazine.com – Tratto da Barche, Febbraio 2026)

















